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a bridge to the future

La profonda trasformazione tecnologica indotta dal digitale sta modificando radicalmente il senso stesso di ricchezza, e dei modi della sua generazione.

La rivoluzione digitale ci sposta da un mondo in cui le persone elaboravano informazioni in quantità limitata, a un iper-mondo in cui la mediazione tra persone e realtà è dominata da una continua e illimitata ricombinazione e proliferazione di dati da parte di algoritmi. Questo permette di ampliare a dismisura la nostra capacità di accesso e di interazione, disintermediando le organizzazioni che storicamente abbiamo conosciuto; è un processo accelerato e potenziato dalla pervasività della tecnologia (mobile, cloud…), che rende possibile l’interazione in ogni luogo e istante dello spazio-tempo.

In campo economico, questo comporta una progressiva dissolvenza delle concentrazioni di persone, investimenti fissi, mezzi di produzione (la classica triade men, money, machines), che da asset diventano liabilities, e un corrispondente cambiamento radicale del senso del lavoro. La ripartizione della ricchezza tra impresa, rendita e lavoro sta perdendo i suoi protagonisti, a vantaggio di nuove organizzazioni reticolari e pervasive, la cui azione non è pianificata, ma emerge dall’incontro di attori e catalizzatori. I costi marginali tendono a zero, la customizzazione diventa totale, la produzione è decentrata presso il fruitore, le transazioni corrispondenti possono essere demonetizzate.

Nello stesso tempo, il valore percepito si sposta dai consumi, ormai bulimici, alla qualità della vita, e alla sua esperienza: la piramide di Maslow si ribalta, i bisogni dell’ego non sono più da intendere come elitari e superflui, ma come i fattori primari del valore: l’homo oeconomicus diventa homo symbolicus.

Questo cambiamento non avviene dovunque e alla stessa velocità: la sua distribuzione è eterogenea e caotica, diversi modi di produzione e diversi stili di vita coesistono e coesisteranno a lungo.

Le strutture politiche e istituzionali vanno incontro alla disruption non meno di quelle economiche. Costruite intorno a un nomos oggi declinante, rischiano di costituire dei blocchi anziché dei supporti. È possibile governare una realtà mutante e interconnessa con le logiche e gli strumenti che pensavano e regolavano la società come stabile e articolata in settori separati?

L’idea della C-School nasce dalla consapevolezza che un cambiamento paradigmatico apre prospettive radicalmente nuove.

  • Il carattere pervasivo delle nuove tecnologie, che sostituendo la concentrazione caratteristica delle organizzazioni storiche, ne abbatte le demarcazioni e spinge verso la formazione di reti ed ecosistemi
  • L’innovazione diventa aperta (Open Innovation) e non deterministica, emerge in condizioni e ambienti molto diversi da quelli dei processi di business, e guadagna quella centralità strategica prima appartenente al processo vendita-produzione-delivery
  • ll conseguente declino dell’economia di produzione (merci e consumi di massa, scala quantitativa) e l’emergere di un nuovo capitalismo (piattaforme di connessione – produzione di senso – personalizzazione e coinvolgimento dei fruitori – alto valore finanziario)
  • Lo spostamento degli assi strategici dagli investimenti fissi ai “linguaggi di connessione” (alta concentrazione di conoscenze diverse e ridondanti, alta qualità di interazione, capacità di elicitazione della conoscenza tacita)
  • L’emergere di una nuova consapevolezza sulla natura dei saperi, frutto di sviluppi delle neuroscienze e delle scienze cognitive: ogni conoscenza è situata, non universale, quindi non basta trasferire informazioni, occorre costruire nuovi sistemi di senso
  • La corrispondente emersione del design come forma di pensiero, ormai esteso dagli oggetti ai sistemi: la sua capacità di cogliere pattern emergenti da una dispersione di tracce disomogenee, e di rappresentarli con adeguata forza simbolica
  • La crisi dei modelli predittivi del futuro, sempre più smentiti dai fatti, porta a superare la frammentazione della conoscenza in specializzazioni sempre più spinte, e a una riscoperta della resilienza e delle prassi di consilience.

Questa consapevolezza porta a individuare e organizzare luoghi esterni alle organizzazioni e alle istituzioni esistenti, in grado di connettere e intermediare fonti diverse.

La C-School ha la missione di creare questi luoghi generativi attraverso un nuovo patto fiduciario nei territori, in modo che la connessione abbia elevata probabilità di accadere e diventi apprendimento, condivisione, disseminazione, e infine patrimonio.

Il carattere di scholè della C-School, cioè di luogo di libera rielaborazione culturale, pone le istituzioni deputate a questo ruolo, scuole e università, come sue interlocutrici di elezione.

Principi fondativi

La C-School assume come principio fondativo un’idea di Bellezza come intelligenza capace di continuo riordino, a cui tutti tendiamo (un’idea di armonia e di generatività già insita nel discorso di Socrate-Diotima). Da questo discendono:

  • Una nuova consapevolezza sulla natura dei saperi, frutto degli sviluppi delle neuroscienze e delle scienze cognitive: ogni conoscenza è situata, non universale, quindi non basta trasferire informazioni, occorre costruire nuovi sistemi di senso
  • La connessione come momento generativo, che avviene in modo inaspettato quando si combinano incroci di storie, potere di catalisi, stato di scholè
  • Il processo – e l’impegno – di rigenerazione continua dei saperi 
  • La fertilità del medium, caratterizzato da relazioni multiple, eterogeneità delle fonti (diversità come ricchezza), uscita dai recinti disciplinari
  • La consapevolezza dell’interrelazione complessa di tutte le conoscenze, e della conoscenza come common non parcellizzabile 
  • Il pensiero complesso, che è la cifra dell’ultimo secolo, e l’uscita dall’impossibilità di conoscenza al di fuori di quella positiva
  • L’apertura all’emersione dell’improbabile, l’esplorazione degli spazi tra le discipline, l’utilizzo di competenze lontane dal tema focalizzato
  • La priorità alla creazione di senso, complementare all’illimitata disponibilità di dati generata dal digitale
  • La priorità alla creazione di molti futuri (mentre abitiamo il presente), rispetto alla ricerca di modelli per prevederne uno solo.